Vendite in crescita per l’uva da tavola italiana. Nei primi sei mesi del 2026 gli acquisti domestici sono saliti del 24% in quantità e del 18% in valore, e nel corso del 2025 l’export è aumentato del 16% in volume (437mila tonnellate) e dell’8,5% a valore (973 milioni di euro). I numeri presentati da Ismea alla manifestazione Regina di Puglia confermano l’apprezzamento globale per l’uva da tavola made in Italy, che è stata capace di aumentare del 31% il fatturato internazionale nell’arco di un quinquennio, portandolo al 61% di incidenza sul totale, nonostante il coevo calo del 6,3% delle quantità esportate.
Produzione in salute (e 2% di import)
L’anno scorso la produzione dell’uva da tavola made in Italy ha raggiunto le 978mila tonnellate e la disponibilità ha superato il milione di tonnellate grazie alle uve d’importazione (2% del totale), che aumentano anno dopo anno, perché permettono di allungare la disponibilità a scaffale e di acquistare l’uva anche in “controstagione”.
Il retail nazionale assorbe il 37% dell’uva disponibile in Italia mentre i mercati esteri ne acquistano il 44% (il resto va all’industria di trasformazione). I principali acquirenti sono i Paesi europei, con Germania e Francia che da sole assorbono la metà dell’export italiano. Ma, alla luce dei nuovi scenari geopolitici internazionali, che hanno portato alla chiusura dell’importante mercato russo e alle criticità logistiche sui mercati globali, i produttori italiani stanno ampliando la loro e puntando a conquistare anche i consumatori dell’Europa centro-settentrionale e del Medio Oriente.
Senza semi ancora in espansione
A trainare il mercato sono le uve senza semi (apirene) che hanno permesso di raggiungere un pubblico più ampio. Lo conferma l’analisi sugli acquisti domestici in Italia, che si spostano verso le uve confezionate, perlopiù apirene (+5,2%), e aumentano in frequenza (+1,1%). Rispetto al resto dell’ortofrutta, l’uva da tavola ha lo zoccolo duro di consumatori soprattutto nelle famiglie con figli under 16 (generazione Alpha), che sono le più alte spendenti e che in due anni ne hanno aumentato del 35% le quantità acquistate.
Grazie all’incessante innovazione varietale, le uve apirene hanno consentito anche di prolungare il calendario commerciale, di rispondere ai cambiamenti climatici e di spuntare prezzi più alti, soprattutto all’estero, continuando ad aumentare il giro d’affari nonostante la diminuzione dei volumi esportati.










