Continua la falcidie di direttori creativi: Pierpaolo Piccioli, a poco più di un anno dalla nomina, lascia Balenciaga, mentre Colangelo e Giada si dividono dopo una collaborazione decennale. I due casi però sono ben diversi. L’affaire Balenciaga avviene all’interno di Kering, laddove Luca De Meo sta imponendo una sigla manageriale non sempre in accordo con la figura autoriale del direttore creativo. Nei giorni scorsi, Anthony Vaccarello ha lasciato la guida di Saint Laurent dopo 10 anni e Sean McGirr quella di Alexander McQueen dopo tre.
Il lavoro in sottrazione di Colangelo per Giada, invece, è stato sviluppato con sensibilità su un tempo lungo, trovando nuance e modulazioni convincenti. In entrambi i casi, però, sembrava essersi esaurito il percorso.
Piccioli, come Colangelo, hanno detto tutto quel che c’era da dire. Per Piccioli questo può suonare assurdo, ma se si osserva con attenzione il perimetro in cui si è trovato ad agire, lo si vedrà nebuloso fin dall’inizio. L’unione tra il purismo vibrante di Piccioli e l’espressionismo cinico di Demna – quelle sneaker che tanto guadagno hanno portato alla maison, e che nessuno si sognava di rimuovere dall’offerta – non era forse il piano migliore di rinnovamento, e purtroppo lo si è visto.
La bella mano di Piccioli è apparsa incerta: troppo ostinatamente vicina al suo Valentino, troppo ingabbiata per volare davvero. Di questo insuccesso però non va incolpato solo il designer. Se le maison oggi operano in forma corale, con il Ceo come vera figura apicale, allora le responsabilità sono condivise. Dispiace, perché la poesia di Piccioli merita un luogo in cui rifiorire, magari senza gli ecumenismi recenti e poco necessari.