Le cozze restano le numero uno, mentre le vongole veraci hanno perso molto terreno (-75% in un anno) a causa del granchio blu e cominciano a essere soppiantate dalle ostriche, ancora poche ma in forte crescita. E su trote iridee e caviale in Europa non ci batte nessuno. È questo lo scenario dell’acquacoltura emerso da Aquafarm, il salone specializzato appena terminato a Pordenone. Un appuntamento che rappresenta la principale occasione di incontro per un settore importante dell’economia nazionale. Con 80mila tonnellate di molluschi e 51mila tonnellate di pesci allevati nel 2024 (ultimo dato disponibile, ndr) rappresenta oltre il 40% della produzione ittica totale italiana. Eppure non copre nemmeno il 20% della domanda interna e vive una situazione di crescente instabilità, causata da diversi fattori.

A monte pesano le lungaggini burocratiche e le incertezze strutturali, che ne rallentano lo sviluppo. A valle c’è da combattere con una scarsa considerazione dell’acquacoltura presso l’opinione pubblica e con la concorrenza globale, sempre più aggressiva. «Il nostro settore continua a convivere con pesanti criticità, come il rinnovo delle concessioni demaniali e i relativi canoni, o come l’incompleta definizione degli spazi marini idonei allo sviluppo della maricoltura – spiega Matteo Leonardi presidente dell’Associazione piscicoltori italiani (Api) – A questi si aggiungono i fattori di mercato legati alla pressione dei produttori extra-europei, la cui concorrenza non è sempre bilanciata da una trasparente informazione verso il consumatore».

La mancanza di conoscenza presso i consumatori, aggravata dalla diffusione di informazioni scandalistiche e di autentiche fake news, provoca una generale diffidenza verso l’acquacoltura e rappresenta un ulteriore fattore di criticità, soprattutto sulla domanda da parte di consumatori e ristoratori. «L’assenza di una comunicazione strutturata sull’allevamento di pesci e molluschi ne ha determinato una bassa accettabilità sociale benché si tratti di un settore moderno, che risponde in modo sempre più sostenibile alla crescente domanda di proteine ittiche e alla necessità di ridurre la pressione della pesca – sottolinea Valentina Tepedino, esperta di filiera ittica e direttrice di Eurofishmarket –. Il caso della trota iridea è emblematico: nonostante siamo i maggiori produttori d’Europa (30.600 tonnellate nel 2024) continuiamo a preferirle il salmone, non riconoscendone né un corretto valore commerciale né sensoriale».

Come le trote, anche la carpa e lo storione nelle vasche e le spigole, le orate e le ombrine in ambiente marino, sono considerate produzioni d’eccellenza, allevate in impianti distribuiti lungo tutto il paese e che lavorano secondo precisi standard di benessere animale e tutela dell’ambiente. Ma che devono sempre più fare i conti con i cambiamenti climatici, che hanno modificato gli equilibri biologici marini con effetti tanto imprevedibili quanto drammatici.

Se nell’Adriatico il granchio blu ha messo in ginocchio il settore delle vongole veraci, nel Tirreno invece la minaccia per la mitilicoltura sono le orate selvatiche, che il riscaldamento delle acque ha reso più aggressive. «Questi eventi inaspettati stanno impattando negativamente sulle produzioni tradizionali e spingendo gli allevatori a orientarsi verso prodotti diversi», spiega Federico Pinza, presidente di Associazione Mediterranea Acquacoltori (Ama).Il caso più emblematico è quello delle ostriche, che, per la loro resistenza al granchio blu, si stanno imponendo come alternativa alle vongole veraci. Il business è agli inizi (300 tonnellate la produzione annua) ma in crescita e può contare su un mercato interno coperto per il 90% da prodotto d’importazione. L’esempio a cui guardano gli ostricoltori è quello del caviale di storione, un prodotto di nicchia (67 tonnellate annue) che si è affermato come il top per qualità in tutta Europa.

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