Non consideratelo più una coltura minore. Con una produzione aumentata di oltre 2,5 volte nell’arco di 15 anni e una domanda (soprattutto industriale) che cresce ininterrotta da anni, il basilico si è conquistato un posto al sole tra le erbe aromatiche. Nel 2025 l’Italia ha superato gli 86mila quintali (dati Istat), confermandosi seconda al mondo, dietro l’India e davanti agli Usa, in un settore in ottima forma. Oggi a livello globale vale 63,2 milioni di dollari ma entro il 2033 arriverà a 82,7 milioni, stima la società di business intelligence Global Growth Insights, con una crescita del Cagr del 3,42%, grazie al maggior utilizzo in tanti prodotti, come alimenti, bevande, integratori e cosmetici.

In Italia è ancora l’utilizzo in cucina quello principale, soprattutto nel settore industriale nel fiorente mondo del pesto, protagonista di un autentico boom sia nella ristorazione sia nella distribuzione moderna, dove le vendite totali hanno superato i 230 milioni di euro e i 27 milioni di kg (fonte Niq). Quello del pesto non è un successo solo italiano ma globale: è la salsa cruda più venduta al mondo e rappresenta un’eccellenza del made in Italy, nota e amata in tutto il mondo. Lo conferma il Campionato mondiale di pesto genovese al mortaio, di cui sabato 21 marzo si disputerà la finale dell’11esima edizione, in cui si sfideranno i cento concorrenti (di cui una ventina stranieri) che hanno superato le selezioni nazionali svolte in diversi paesi.

«Poiché pesto è diventato un termine di uso comune e la sua ricetta non è tutelabile con le Dop, abbiamo sentito il bisogno di difendere la versione tradizionale e di farla conoscere attraverso il campionato, che suscita l’interesse dei mass media di mezzo mondo», spiega l’organizzatore Roberto Panizza.

Il successo del pesto ha messo il turbo alla produzione italiana del basilico sia in pieno campo sia in ambiente protetto (serra, tunnel, ombraio), con modalità e stagionalità diverse a seconda dell’utilizzo finale. Quello da consumare fresco è disponibile tutto l’anno, mentre quello destinato alla trasformazione industriale viene seminato in primavera e raccolto in 4-6 sfalci da fine giugno a metà ottobre. La coltivazione si è ormai estesa al di fuori della tradizionale Liguria. Grazie alle vertical farming, il basilico è arrivato anche in città come Firenze e Torino, e ha preso il posto di altre coltivazioni in pianura padana, dal pavese al parmense, dove è stato introdotto dagli anni ’90 su stimolo delle aziende conserviere locali. E di Barilla in particolare, che da leader mondiale del mercato del pesto, per i suoi pesti, sughi e salse acquista solo basilico italiano e ha avviato un programma di formazione degli agricoltori incentrato sulla sostenibilità. Nel 2025, sempre nel parmense, Casalasco ha investito oltre 10 milioni di euro per realizzare una filiera integrata del basilico.

Tra Italia ed estero 150 aziende di trasformazione (come Rana e Mutti) acquistano il Basilico Genovese Dop, che si distingue per le foglie medio-piccole, dalla forma ovale e dal colore verde tenue, e per l’aroma delicato, e di cui il disciplinare della Dop – che compie 20 anni – impone di tagliare solo la parte apicale della pianta, la più tenera e profumata.

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