La decisione sul petrolchimico pugliese recepisce il forte allarme (si veda Il Sole 24 Ore di Ieri) di lavoratori, imprese, Regione Puglia, economisti, e dà il via, quindi, a un nuovo programma di rilancio. Il ministro ha poi incontrato l’assessore allo Sviluppo Economico della Regione Puglia, Eugenio Di Sciascio. E questi ha informato Urso che incontrerà il 30 aprile, con il presidente Antonio Decaro, i rappresentanti di Eni sul tema della riconversione di Brindisi.
Il petrolchimico di Brindisi, attivo dai primi anni ’60, ha segnato la storia industriale pugliese. Raggiunse il picco produttivo a metà degli anni Settanta e sino al 1977 è stato uno dei tre insediamenti più moderni d’Europa ed il più grande produttore di materie plastiche a livello nazionale. Nel 1977 occupava oltre 7mila e 500 persone tra dipendenti diretti e indiretti. La chiusura definitiva della linea cracking è avvenuta nel 2025, con ripercussioni significative sull’occupazione. Il protocollo d’intesa firmato il 10 marzo 2025 al Mimit sanciva la trasformazione del petrolchimico Versalis di Brindisi: l’impianto di cracking veniva posto in “conservazione” dal 31 marzo 2025, per far posto a una gigafactory di batterie al litio per sistemi di accumulo di energia in collaborazione con Seri Industrial. Il piano quinquennale prevedeva oltre 2 miliardi di euro di investimenti complessivi per la chimica circolare e sostenibile, con l’obiettivo di mantenere l’occupazione attuale e ridurre le emissioni di CO2 del 40%.
Ma il protrarsi dell’incertezza sul futuro del polo petrolchimico ha fatto crescere le preoccupazioni in tutta la Puglia. La richiesta del territorio più volte ribadita era la vendita del sito produttivo perchè continuasse a produrre chimica di base. «Venendo meno il cracking Eni, tutto il sistema di produzione di plastiche resta senza materia prima – faceva osservare Patrizio Bianchi, economista ed ex ministro – la chiusura produrrà effetti su tutto il sistema produttivo italiano, visto che la chimica di base genera prodotti che entrano nella composizione del 95% dei manufatti utilizzati quotidianamente». La fine della produzione della chimica di base, insomma, avrebbe consegnato l’Italia a catene di approvvigionamento estere. Un rischio che anche gli eventi bellici e il conseguente blocco degli approvvigionamenti, consiglierebbero di evitare.
Ma prima di tutto c’erano i posti di lavoro a rischio. Circa 970 tra diretti di Eni e di altre imprese dentro il muro di cinta del petrolchimico (pur avendo Eni assicurato l’inserimento dei suoi 400 diretti in altri stabilimenti). Ma si prevedeva anche un effetto domino su tutta la filiera. Lo stabilimento, che viene considerato uno dei più moderni d’Europa, è un sito su cui si stima che gravitino tra diretti e indiretti circa 2.500 occupati (stime di Confindustria Brindisi).










