Domani a Bruxelles si decide una partita che, per il distretto ceramico di Sassuolo, vale molto più di un passaggio tecnico. Il 10 giugno la Commissione europea presenterà la proposta di revisione dell’Ets, il sistema che regola il mercato delle quote di emissione di CO2. È dentro questa finestra politica che Confindustria Ceramica e sindacati scelgono di fare fronte comune. L’associazione delle imprese e Filctem Cgil, Femca Cisl e Uiltec Uil hanno sottoscritto una posizione condivisa sui nuovi benchmark Ets per il periodo 2026-2030, giudicati distanti dalla realtà produttiva e dalle tecnologie oggi disponibili. La richiesta è chiara: mantenere i valori attuali, almeno fino alla revisione complessiva del sistema.
Il punto, per la ceramica, è tutt’altro che astratto. Nell’Emission trading system europeo i benchmark servono a definire quante quote gratuite spettano alle imprese esposte alla concorrenza internazionale, con l’obiettivo di evitare delocalizzazioni. Se il parametro scende, si riduce la quota gratuita e aumenta la parte da acquistare sul mercato. Per un comparto energivoro, già stretto tra costi dell’energia e produttori extra-Ue, l’effetto può essere pesante. Secondo le stime di Confindustria Ceramica e sindacati, per le aziende italiane produttrici di piastrelle i nuovi benchmark farebbero salire i costi diretti Ets da circa 70 a 120 milioni di euro l’anno. Un incremento che non produrrebbe benefici equivalenti in termini di riduzione delle emissioni, ma aggraverebbe una sotto-allocazione di quote che già oggi pesa sugli equilibri finanziari di molte imprese. Da qui la denuncia di un sistema che rischia di «punire chi produce e chi lavora in Europa».
La presa di posizione arriva dopo settimane in cui il tema è tornato al centro del confronto nel distretto. Se ne è discusso anche venerdì a Milano Marittima, dove si è riunita la federazione europea dei produttori ceramici per fare il punto sulle emergenze del settore. Per Sassuolo, cuore della ceramica italiana ed europea, la revisione non è una questione regolatoria, ma un nodo di competitività. Le imprese rivendicano peraltro di non essere rimaste ferme. Negli ultimi dieci anni il settore ha investito oltre 4,3 miliardi di euro in innovazione ed efficienza energetica, con un’incidenza media pari al 7% del fatturato. Proprio per questo industria e sindacati contestano la costruzione dei nuovi parametri, ritenuta poco trasparente e non allineata ai dati reali. La richiesta è che le risorse generate dall’Ets ritornino alle imprese, vincolate a ricerca e sviluppo, rinnovabili e investimenti capaci di tutelare competitività e occupazione. Se ne discuterà dunque domani, in quella che il Governo considera già una mezza vittoria. «La proposta dell’Italia di fare la riforma degli Ets è stata accolta – ha rivendicato il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso – e il 10 giugno ci sarà la proposta dell’Europa».
Sul tavolo c’è anche un paradosso ambientale. Senza correzioni, avvertono le parti sociali, l’Europa rischia di indebolire la propria manifattura senza ridurre le emissioni globali, favorendo l’importazione di prodotti da India e Cina, dove i livelli emissivi sono più elevati. È il tema del carbon leakage: fabbriche sotto pressione in Europa e produzione spostata dove le regole ambientali sono meno stringenti. Dal distretto ceramico arriva ora un messaggio unitario: la transizione va fatta, ma non può trasformarsi in un costo tale da spingere fuori mercato le fabbriche europee più avanzate.









