Per evidenziare il trattamento couture dei capi, pur nel contesto industriale del prêt-à-porter, si concentra sui pezzi di base, sugli archetipi irrinunciabili, dalla camicia bianca alla t-shirt ai pantaloni cargo. Il lavoro è egregio, le traslazioni grandiose, ma il risultato non ha nerbo e risulta indistinto, ciò che Balenciaga proprio non può essere.

Rick Owens

Nulla di indistinto da Rick Owens, tra i pochi autori autenticamente puri al lavoro oggi. Però c’è un compiacimento nuovo nella maniera in cui questa stagione Owens lambisce territori più commerciali, di glamour meno sfidante – tutto è lungo e ci sono persino le scarpe ingioiellate – mantenendo senso cromatico e gusto per la materia, insieme rigida e preziosa, nel perimetro brutalista che lo contraddistingue. Fa vestiti insomma, ma alla sua maniera, dimostrando che raggiungere il pubblico finale in modo chiaro e riconoscibile è gesto artistico, se la spinta è onesta.

Uma Wang decostruisce, fluidifica, avvolge, omaggiando l’Armani dei primi anni Ottanta senza giocare alla citazione facile, ma carpendo lo spirito senza tempo di quella moda.

Daniel Roseberry, infine, cambia registro da Schiaparelli. L’attenzione, adesso, non è più sull’ornamento, ma sulla struttura, non sui surrealismi facili, ma sul disegno e ridisegno del corpo. È un passo avanti notevole, che convince, e che sembra l’audizione per la guida di una casa di moda che ha il corpo al centro, e che al momento non ha un leader. Illazione di certo surrettizia, autorizzata dallo stato attuale del sistema.

Share.
© 2026 Nederlandkeer. Alle rechten voorbehouden.
Exit mobile version