La canicola parigina non ferma la fashion week attualmente in corso, ma crea scompiglio in calendario. L’apocalisse di Rick Owens, all’aperto intorno alla fontana del Palais de Tokyo, è deflagrante, seppure anticipata di due ore per non coincidere con la luce zenitale. Il pubblico si ripara sotto l’ombrello, ma il sollievo è minimo. Per quanto fisicamente sfidante, la situazione potenzia ed estremizza l’esperienza della sfilata: una riflessione sulle minacce – non specificate, ma incombenti – con le quali tutti ci confrontiamo ogni giorno, alcuni armandosi, altri desensibilizzandosi, altri ancora allenandosi.
È quest’ultimo drappello che sembra interessare Owens, che infatti collabora in modo trasversale con Adidas, dalle scarpe ad una serie di tute e bomber gonfiabili attraverso un sistema interno di ventilazione e refrigerazione, passando per pantaloni e capi tecnici. È un allenamento, naturalmente, alla Owens maniera: superomistico fino al grottesco, espressionista, sfrenato e per nulla conciliante. Quando la truppa dei modelli discende in passerella per la camminata finale, il blocco umano nerovestito contro il sole cocente lascia una impressione perturbante.
Dior presenta alle nove del mattino, all’interno del Museo Nissim de Camondo, attualmente in ristrutturazione. Per il direttore creativo Jonathan Anderson lo stato in divenire del luogo è una metafora che ben descrive il processo di ridefinizione identitaria della storica maison. Questa è la sua terza sfilata uomo, probabilmente la più convincente e di certo la più articolata, ma ancora non si capisce bene quale sia l’effettivo punto di arrivo. Approccio processuale, per prove ed errori successivi? Ben venga, a patto di parlare in modo chiaro.
È ben delineata invece la figura dell’uomo Dior: un giovane aristocratico indeciso tra marsine, jabot, incursioni nel costume e jeans rotti, pantaloni metallici e tutto l’armamentario di una ribellione soft e forse di maniera. Il metodo di Anderson è quello di un curatore: crea significato accostando cose diverse, senza mai dare risposte definitive, ed è questa indefinitezza, così contemporanea, che crea perplessità.
È un maestro di sintesi e chiarezza, invece, Anthony Vaccarello, che da Saint-Laurent, ogni volta, lavora su una singola idea, reiterata con intenzione e determinazione. Questa stagione propone una visione sfumata di morbidezza e sensualità, allontanandosi dalle strutture sartoriali e dalla drammaticità erotica del recente passato, pur mantenendo alto il tasso di seduzione. L’erotismo, pilastro della maison, è lì, ovviamente, ma declinato con sottigliezza, in un gioco continuo tra nudità e copertura, tra il vestirsi e lo spogliarsi.


-U06415151853hUQ-1440x752@IlSole24Ore-Web.jpeg?r=1170x507)








-U83371313813mvW-1440x752@IlSole24Ore-Web.jpg?r=1170x507)
