Dopo il green washing e il pink washing, nomi dati a scorciatoie parecchio ingannevoli per vantarsi di sostenibilità ambientale e parità tra generi o inclusività, da qualche tempo si parla di craft washing, fenomeno forse ancora più odioso dei primi due. C’è chi si presenta come artigianale, nell’approccio stilistico e nella pratica, ma non lo è affatto. Non tutto quello che sembra fatto a mano,o frutto della creatività umana, lo è e secondo molti la sbandierata artigianalità serve “solo” a giustificare un prezzo finale esorbitante.

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Domenico Dolce e Stefano Gabbana, il loro marchio e la loro azienda non potranno mai essere accusati di craft washing. Il loro approccio è profondamente umano e rispettoso delle rispettive passioni, personalità e origini e la realizzazione dei capi è sempre più artigianale, forse anche grazie a una sorta di osmosi con l’esercizio massimo di artigianalità che viene fatto per le collezioni di pezzi unici di alta moda e alta sartoria. Nel caso di Dolce&Gabbana poi le parole prezzo finale vanno sostituite con valore, percepibile chiaramente nella collezione per la primavera-estate 2027 che ha sfilato ieri a Milano.

Come sempre, ai due stilisti riesce una specie di miracolo creativo: dare un titolo sensato a una collezione al cui interno convivono pezzi solo apparentemente contrastanti: gli 81 look che hanno sfilato al Metropol comprendevano abiti da giorno e da sera, ma anche jeans e borse e scarpe che potrebbero ispirare un’esposizione dedicata all’incontro tra moda e mani intelligenti.

Non che a Domenico Dolce e Stefano Gabbana sia mai piaciuta l’idea di cristallizzare le loro creazioni in un museo permanente: hanno sempre spiegato di trarre ispirazione dal mondo che li circonda, guardando con estrema curiosità ai più giovani. Contando però su una solidissima ancora, potremmo dire, la Sicilia, una terra che racchiude mondi, come hanno raccontato nei secoli scrittori e artisti. Da qui il titolo della collezione, Stravaganza siciliana, e una breve introduzione che spiega il significato delle tradizioni dell’isola per quanto riguarda i tessuti, le lavorazioni e il guardaroba delle donne in senso stretto. Ma non c’è spazio per la nostalgia: ogni riferimento ereditato dal passato viene reinterpretato con libertà, leggerezza e spontaneità.

Anche i gioielli hanno un ruolo importante: perle, croci, cammei, coralli, spille, pietre e talismani si combinano e si sovrappongono. Sorprendenti i jeans: strappati, sì, ma “ricuciti” con una fila di spille da balia o impreziositi da applicazioni di corallo o ancora, “rattoppati” dall’interno da pizzi neri. Scarpe e borse sono allo stesso tempo giocose e serissime: il gioco è dato ad esempio dai manici delle nuove versioni del modello Sicily che diventano archi-sculture, dai fiori ricamati a mano o dai coloratissimi bottoni di varie dimensioni applicati alle décolleté. La serietà è nel metodo: non ci possono essere scorciatoie per creare una collezione così. Il craft washing cerchiamolo altrove, non certo da Dolce&Gabbana.

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