Acciaierie d’Italia effettua a Taranto l’ultima colata di ghisa dall’altoforno 2, messo poi in preriscaldo, cioè al minimo tecnico senza produzione. Inoltre l’azienda scrive alle istituzioni di Taranto, comunicando che da oggi scatta la sospensione di tutte le attività produttive degli impianti dell’area a caldo, e a quelle liguri (Genova e Novi) dice che entro il 15 novembre avverrà la fermata temporanea generale degli stabilimenti. Sono le ripercussioni concrete di una duplice situazione: l’avvicinarsi della scadenza (90 giorni dal 27 luglio) del decreto della Corte d’Appello di Milano che obbliga l’azienda a fermare l’area a caldo a Taranto, e la fine delle materie prime nel siderurgico pugliese, che non sono state più acquistate dopo il provvedimento giudiziario. Il decreto dei giudici di Milano è esecutivo. Può fermarlo solo la Corte di Cassazione – deve pronunciarsi sui ricorsi di Ilva e di AdI con l’udienza del 20 ottobre – qualora annullasse del tutto, o annullasse con rinvio, ciò che i giudici di Milano hanno deciso e che nelle udienze del 9 e 30 settembre non hanno ritenuto di sospendere.

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Come emerso dal vertice di ieri sera a Palazzo Chigi tra Governo e sindacati presieduto dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano – c’erano i ministri Marina Calderone (Lavoro), Adolfo Urso (Imprese), Giancarlo Giorgetti (Economia, in videocollegamento) e il sottosegretario con delega al Sud, Luigi Sbarra – per ora si fronteggerà la situazione con la cassa integrazione sia per i lavoratori diretti che per i terzi. Ci sarà la cassa in deroga per il personale dell’indotto-appalto (80 milioni) e l’integrazione della cassa straordinaria (circa 45 milioni) per i dipendenti di Acciaierie d’Italia e di Ilva. Copertura fino a giugno. Il provvedimento andrà in un nuovo decreto legge di prossima emanazione. Ulteriori interventi – sia con estensione della Cigs ad altri lavoratori (si ipotizza altri 4.200) sia per esodi incentivati – sono allo studio, ma al momento c’è un problema di coperture.

Mantovano, ripercorrendo gli ultimi sviluppi giudiziari, rammenta come le valutazioni del Procuratore generale della Cassazione, sebbene non vincolanti per le Sezioni Unite, critichino il decreto della Corte d’Appello di Milano sia sui rischi da amianto sia sulle polveri sottili. Tuttavia – sottolinea Mantovano – il parere del PG non ferma l’efficacia del decreto della Corte d’Appello. E quindi uno dei punti «che stiamo approfondendo – spiega Mantovano – non è tanto quello di sterilizzare del tutto il decreto della Corte d’Appello con una nuova norma, il che sarebbe giuridicamente impossibile, quanto evitare il rischio che la piena e totale esecuzione dell’ordine di spegnimento degli altoforni renda vana un’eventuale decisione della Cassazione che dovesse consentire ai forni di restare in attività. Stiamo quindi verificando se ci sono i margini per non arrivare allo spegnimento completo affinché non si determini un pregiudizio completo agli impianti. Non si tratta di una norma di disapplicazione del decreto della Corte d’Appello – specifica Mantovano – ma una norma che consenta, qualora ci siano i margini dal punto di vista giuridico ed economico, di mantenere in riscaldo gli impianti fino a quando non c’è chiarezza sulla decisione della Corte di Cassazione».

Infine, per Mantovano «resta ferma l’intenzione del Governo di puntare alla produzione di acciaio green con l’impianto Dri e i forni elettrici purché nell’ambito di un piano industriale credibile. Le risorse per il Dri ci sono. Anche quelle che potrebbero sembrare parzialmente distolte (circa 800 milioni, ndr) , possono in realtà rientrare in quanto destinate alla decarbonizzazione, quindi sostanzialmente all’area di Taranto che è l’unica interessata a questo processo».

Tutto dipenderà dall’esito della gara per rilevare gli asset. I termini per le offerte finali sono stati prorogati dal 15 ottobre all’8 novembre. E, alla luce del piano industriale che presenterà la cordata vincente, il governo potrebbe mettere sul piatto altri 400 milioni per l’impianto Dri, arrivando a quota 1,2 miliardi.

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