Il latte di mandorle e il burro di arachidi a colazione. Le monoporzioni di mix sgusciati e le barrette proteiche come snack. La salsa di noci sulla pasta e i pinoli nell’insalatona a pranzo, gli anacardi con l’aperitivo e infine i pistacchi nel cioccolato e nei dessert. Non c’è che dire: la frutta secca è riuscita a infilarsi in ogni momento della giornata, con un effetto moltiplicatore sui consumi totali, passati dai 627 milioni di kg del 2020 ai 756 milioni di kg del 2024 (dati Ismea). A soddisfarli sono sempre più prodotti di importazione visto che la frutta secca made in Italy cala (-2,1% in 5 anni) e rappresenta solo il 42% del mercato (ma scende al 20% nelle noci e al 12% nei pistacchi).
Un terzo della frutta secca finisce nel mercato domestico, che in Gdo vale oltre 1,1 miliardi di euro e che è cresciuto modo costante negli anni, portando il consumo medio annuo pro capite a 4,5 kg, il +20% in più rispetto al 2020. E ampliando anche il numero e la varietà di frutti acquistati. Se mandorle, noci, arachidi, pistacchi e mix rappresentano circa il 67% della spesa in Gdo, a correre nel 2025 sono stati anche anacardi e pinoli, mostrando il beneficio ad ampio spettro delle campagne informative sul valore nutrizionale della frutta secca, che ne hanno modificato il vissuto facendola percepire come alleata del benessere quotidiano.
Determinante è stata anche l’innovazione di prodotto, che ha moltiplicato le proposte (in un supermercato ci sono circa 130 referenze), aumentando le occasioni di consumo e riuscendo a “spalmare” le vendite durante tutto l’anno. Ormai nei tre mesi classici di “alta stagione”, quelli da settembre a novembre, si concentra solo 27% degli acquisti annui dei mix, il 29% delle arachidi e il 31% di mandorle e noci, tutti sgusciati perché il consumatore cerca la maggior praticità di consumo.
Oltre alla frutta secca consumata tal quale a espandersi è stato anche il suo utilizzo come ingrediente, già molto diffuso nella tradizione dolciaria italiana. Un business rilevante per il comparto, giacché l’industria di trasformazione assorbe il 55% della frutta secca disponibile e in cinque anni ne ha aumentato gli acquisti del 5%. E non più solo per realizzare marzapane, confetti, creme e dolcetti ma anche prodotti innovativi, come bevande, formaggi veg, puree, pesti e kefir. E gli italiani hanno apprezzato. Nell’ultimo anno gli acquisti di salsa di noci sono cresciuti del 5,4% (oltre 468mila kg totali) e quelli di formaggi plant based del 14,5% raggiungendo i 16,6 milioni di euro tra super e ipermercati. Ed è boom anche per le creme 100% frutta secca, con oltre gli 11 milioni di confezioni vendute per 45 milioni di euro di incassi fonte Circana). Nel mercato delle creme spalmabili, creato e dominato per decenni solo dalla crema di nocciole, in soli quattro anni queste nuove ricette si sono prese il 18% degli acquisti, attirando nuovi acquirenti e favorendo un consumo più frequente (fonte Niq). Dietro questi prodotti non ci sono però solo i grandi nomi del dolciario italiano. Spesso a firmarli sono i trasformatori di frutta secca, che hanno visto nella diversificazione produttiva una prioritaria leva di sviluppo.
“Le aziende specializzate possono essere protagoniste di questo nuovo mercato perché hanno una forte connotazione sulla materia prima, che resta fondamentale per il successo dei nuovi lanci – commenta Roberto Della Casa, professore di marketing dei prodotti agroalimentari all’Università di Bologna– Infatti a funzionare bene sono soprattutto i prodotti comodi e pratici che mantengono forte e chiaro il legame con la frutta secca, riducendo al minimo lavorazioni e trasformazioni”. E che si tratti di un business interessante lo conferma l’ingresso di big di altri settori, come Ferrero con il brand Eat Natural. “I colossi dell’alimentare hanno la muscolarità, le competenze e soprattutto le risorse per entrare in questi mercati, mentre il settore della frutta secca soffre di un problema di dimensioni ridotte, di una focalizzazione sul b2b e di una storica sudditanza ai buyer della Gdo. Fattori che hanno ostacolato lo sviluppo di una politica di marca e la nascita di prodotti iconici” aggiunge Della Casa. Ma ora i tempi sono cambiati. L’espansione globale del mercato e le nuove opportunità potenziali (soprattutto nel dolciario, nel proteico e nel plant based) hanno determinato molti movimenti sullo scenario competitivo. Solo negli ultimi sei mesi una decina di aziende italiane (da Euro Company a Marullo, da Manuzzi a Noberasco) hanno visto l’ingresso di investitori stranieri, con un’iniezione di capitali necessaria per supportarne la crescita in Italia e all’estero.











