Gli ordini ci sono, i mercati pure. A mancare sono le mani. La ceramica siciliana vale oltre 400 milioni di euro l’anno, dà lavoro a circa 2.600 persone tra addetti diretti e indotto e prova a uscire dal recinto del souvenir per entrare negli alberghi di lusso, nelle residenze private e nei progetti degli studi di architettura. Ma davanti ai torni sono sempre meno gli artigiani capaci di trasformare l’argilla in un manufatto.
Il comparto conta 407 imprese specializzate, oltre 2.300 occupati diretti e circa 300 lavoratori nell’indotto. Un sistema diffuso tra Caltagirone, Santo Stefano di Camastra, Sciacca, Burgio, Monreale e Collesano, dove la ceramica tiene insieme manifattura, identità locale e turismo.
La bottega resta il cuore della produzione, ma è cambiato il mercato. Accanto al turista che acquista un piatto o un vaso, cresce la domanda di rivestimenti, tavoli e complementi d’arredo destinati all’interior design, all’hotellerie internazionale, al contract e alle abitazioni di fascia alta.
Dal souvenir al design
La ceramica siciliana non può competere con la produzione seriale sui volumi e sui prezzi. Può farlo sull’unicità, sulla personalizzazione e sulla qualità progettuale. È questo il salto dal souvenir al design: usare la tradizione per aumentare il valore del prodotto e conquistare clienti internazionali.
Una delle frontiere più interessanti è la pietra lavica maiolicata. Il basalto etneo, decorato e cotto con tecniche ceramiche, viene impiegato per tavoli, cucine, pavimentazioni, rivestimenti e installazioni per esterni. Una produzione che apre spazi nel contract alberghiero, nel design outdoor e nell’architettura paesaggistica.











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