«In questo momento bisogna avere il coraggio di non giudicare i numeri in modo asettico e inserirli nel contesto di quello che sta succedendo. L’arrivo dei dazi è stato come un sasso gettato in uno stagno: ha creato una rottura della linearità e prevedibilità delle variabili a cui eravamo abituati. Così ora stiamo affrontando una volatilità molto importante». È il commento di Matteo Zoppas, presidente di Ice Italian Trade Agency, sulla situazione dell’export dell’agroalimentare nazionale in Usa che, dopo il -4,5% del 2025 (a quota 7,5 miliardi), fa segnare nei primi 4 mesi del 2026 un ulteriore -12,8%.
Un quadro tracciato tra i padiglioni del Fancy Food Show di New York, la più importante fiera di settore degli Usa, che si è aperta domenica e chiuderà oggi, e dove anche quest’anno l’Italia è il Paese più rappresentato sia in termini di numero di espositori (circa 300) che come area espositiva.
«Non si può fare generalizzare quanto incidano i soli dazi sul mercato – continua Zoppas – anche perché il totale dell’export made in Italy sta crescendo a doppia cifra qui negli Usa nei primi mesi dell’anno e l’agroalimentare ha registrato +5% nel 2025 nel mondo nonostante le crisi che si susseguono a livello internazionale. In questo contesto c’è in effetti una parte di agroalimentare che negli Usa sta frenando, soprattutto i vini, probabilmente perché è la parte più colpita anche dall’effetto cambio euro dollaro (e da un livello di fiducia molto basso registrato tra i consumatori Usa, ndr). In parte il calo era atteso perché i listini vengono aggiornati a inizio anno e perché pesa l’effetto scorte effettuate nei primi mesi del 2025 quando i dazi erano solo stati annunciati. Per capire qual è la reale dinamica bisognerà però aspettare ancora qualche mese. Ma è proprio in questo momento che vanno rafforzate promozione e la nostra azione di sostegno. Una volta perso terreno è molto faticoso riconquistarlo. Le imprese stanno sacrificando i margini per mantenere le posizioni».
Tra gli stand non manca l’ottimismo, misto però a una generale preoccupazione per la situazione di incertezza. «Una volta si veniva qui e si siglavano accordi per tutto l’anno. Se in passato si contrattavano 15 o 20 container, ora ci si accorda sulle singole spedizioni, perché le regole continuano a cambiare, ora ad esempio si attende di capire cosa succederà davvero a luglio», racconta Gianni Maoddi, presidente del Consorzio Pecorino Rimano, che esporta il 40% della produzione negli Usa e che sembrava dover essere tra le vittime predestinate dei dazi. «Invece il 2025 ha chiuso con un piccolo rialzo – dice Maoddi – mentre il 2026 è partito con un -20%».
Di un trend simile parla anche Nicola Bertinelli, presidente del Consorzio del Parmigiano Reggiano: «Dopo il segno più del 2025, a gennaio e marzo l’export negli Usa ha fatto segnare -16%, ma a fine maggio il bilancio complessivo era di +2,5%. Ma noi dobbiamo guardare più lontano. Per il Parmigiano gli Usa sono il grande mercato del futuro. Ora vendiamo qui il 10% della nostra produzione (il 22% dell’export), ma abbiamo l’obiettivo di raddoppiare la quota in otto anni e per questo stiamo facendo importanti investimenti in termini di marketing e di accordi con la distribuzione».











