Intorno alla Natuzzi è ancora una volta scontro. Salta l’intesa sul protocollo con gli impegni per provare a guardare dopo la crisi. E tra azienda e sindacati è scontro.

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L’orologio segnava l’1.30 di notte quando il tavolo si è sciolto con un nulla di fatto. Dopo mezza giornata di trattative, limature e discussioni sul documento che metteva nero su bianco i prossimi passi dell’azienda, in questa fase di transizione successiva all’accordo su cassa integrazione ed esodi e all’avvio delle procedure per la composizione negoziata della crisi. Lo scontro si è consumato soprattutto intorno allo spostamento temporaneo in Romania di due linee di produzione di fascia medio bassa: un aspetto già emerso nelle settimane scorse, ma sempre osteggiato dai sindacati.

Nel protocollo, in cinque pagine, la Natuzzi si impegnava a riportare in Italia quelle produzioni, una volta superata l’attuale fase di crisi e mancanza di liquidità. Il Mimit, attraverso la sottosegretaria Fausta Bergamotto, parla di «occasione persa per accompagnare il rilancio del gruppo: il Ministero ha fatto fino in fondo la propria parte favorendo il dialogo e lavorando per trovare un punto di equilibrio. Il nostro obiettivo resta salvaguardare Natuzzi e tutelare l’occupazione».

Con una nota l’azienda di Santeramo in Colle esprime «rammarico per il mancato raggiungimento di un accordo che sarebbe stato- scrivono- uno strumento prezioso per proseguire il confronto e affrontare il percorso di ristrutturazione dell’azienda in uno spirito costruttivo e responsabile». Il gruppo sottolinea inoltre «la disponibilità nel recepire la quasi totalità delle modifiche avanzate dalle organizzazioni sindacali» e ribadisce la «necessità di non differire ulteriormente le azioni di risanamento per la messa in sicurezza dell’azienda e l’avvio del piano di risanamento». Da parte loro, Cgil Cisl Uil parlano di «significativi passi avanti compiuti durante il confronto» ma legano la mancata condivisione del protocollo «al permanere di elementi non condivisibili, quali la chiusura di ulteriori stabilimenti, seppur dichiarata dall’azienda temporanea, e il trasferimento di produzioni all’estero». In nome della «gravità della situazione» confermano – uniti – l’impegno a proseguire il confronto «per ottenere un vero piano industriale che garantisca – scrivono – investimenti, occupazione, tutela del perimetro industriale italiano e il futuro del distretto del mobile imbottito». A questo punto si aprirà una nuova fase di possibili mobilitazioni.

Nel protocollo erano indicati anche gli impegni delle istituzioni, come le Regioni Puglia e Basilicata, a sviluppare politiche attive per il reinserimento professionale dei lavoratori usciti dall’azienda, oltre ad avviare le procedure per il riconoscimento dell’area di crisi per l’Alta Murgia, un distretto con oltre 600 imprese ma non ancora formalizzato.

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