Se volete ricordare il mondo della moda del Diavolo Veste Prada 1, splendente e fiero e con vent’anni di meno, non andate a vedere Il Diavolo Veste Prada 2. Se volete vedere come è diventato, trascinando con sé il giornalismo di moda, andateci. Qualunque sia la scelta, sia consapevole. Lasciata da parte la critica cinematografica – in ogni caso attrici e attori sono talmente talentuosi e intelligenti da surfare con abilità e stile sulle insidie del tempo, ma è assolutamente consigliata la visione in lingua originale -, la riflessione si limita alla rappresentazione della fine di un mondo che dialoga con la speranza nell’inizio di un altro.
Ricordiamo subito quello che è già noto: Runway, epitome dei magazine di moda, è in crisi. Gli uffici sono più belli ma ridotti, per uno shooting sono disponibili tre look e due giorni (cit.) al posto di infiniti guardaroba e due settimane. A proposito di guardaroba dove pescare look favolosi e trasformativi, ora si è ridotto anch’esso, a poco più di una stanza. Miranda è costretta a scendere fino alla caffetteria del palazzo, dove in 20 e più anni non era mai stata.
Ovviamente il formato monstre del september issue – il più corposo numero dell’anno, zeppo di pubblicità – è solo un ricordo, i contenuti passano dagli scroll, il successo dalle metriche. E sarà proprio uno scandalo “virale”, con tanto di efficaci meme, a mettere in crisi tutto il sistema. I temi contemporanei si toccano, più o meno velocemente, tutti: qualcuno veste usato, il fast fashion è fonte di scandali, i licenziamenti arrivano via chat. Ma soprattutto, il giornalismo è sempre più ostaggio degli inserzionisti, con una Emily trasformata, tristemente, in cinica virago che mentre accompagna Andy a visitare un flagship store multimilionario afferma perentoria che «il retail di lusso è l’unico settore che fa profitti».
Il personaggio che incarna meglio questo nuovo corso è una new entry, Amari, la nuova segretaria di Miranda, che si permette di fare qualcosa di inaudito vent’anni fa ma oggi del tutto permesso, quasi comprensibilmente: riprendere Miranda riportandola sui binari del politically correct, di quello che si può e non si può pensare, dire, fare e scrivere. È vero, in questi 20 anni la creatività più libera e felice della moda è stata ingabbiata dalla sua conclamata finanziarizzazione, dal timore del rischio che è invece propulsore di novità. Sono i casi dei geniali e folli John Galliano, dei Marc Jacobs e degli Alexander McQueen triturati dal sistema che li ha portati alla gloria, come racconta ancora con efficacia la serie del 2022 “Kingdom of Dreams”.
E quando un magazine non va più, e spariscono gli editori puri, le uniche via di salvezza passano da un imprenditore del tech migliorato da un deciso glow up (ogni riferimento a Bezos, che peraltro sponsorizzerà l’imminente Met Gala, non è puramente causale) che pensa che le modelle saranno sostituite dall’intelligenza artificiale (affermazione ancor più sconvolgente perché condivisa sotto l’Ultima Cena di Leonardo), oppure da filantrope che hanno tantissimi soldi ma in realtà nessuna vicinanza alla moda, e che dunque ammettono il loro pieno e sereno disinteresse.

