«Negli ultimi anni abbiamo assistito a qualcosa di mai visto prima: dal 2022 al 2025, il settore bancario in Italia ha accumulato utili per oltre 110 miliardi di euro. Nel solo 2025 le prime 5 banche hanno chiuso con 27 miliardi di euro di utile, in crescita del 16% in un anno. Però gli utili dove finiscono? Non restano in azienda ma per il 70-80% vanno agli azionisti». Al 130° Consiglio nazionale della Fabi, il segretario generale, Lando Maria Sileoni fa “i conti in tasca” alle banche, così per chiarire come ci si posiziona ai blocchi di partenza, mentre mancano solo poche settimane alla scadenza (30 marzo) del contratto record Abi (e poi Bcc) rinnovato nel 2023 con un aumento di 435 euro medi. Per il sindacalista i soldi da redistribuire ci sono, non fosse altro però che «nel settore si lavora solo per far salire i titoli in Borsa e per pagare cedole sempre più alte. E mentre ricavi e utili continuano a crescere, i costi operativi e tra questi quello del lavoro sono fermi, se non in calo. Ogni bancario, in media, produce un valore aggiunto per la propria banca pari a quattro volte il suo costo. Questo significa che le risorse per riconoscere il contributo di ogni bancario ci sono». Un concetto che risuona forte e chiaro agli East end studios di Milano davanti ai 1.800 dirigenti sindacali della Fabi, al presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, al presidente del Casl di Abi, Ilaria Dalla Riva e a tutti i capi del personale delle principali banche che sono intervenuti, da Roberto Cascella di Intesa Sanpaolo, a Fiorella Ferri di Mps, Roberto Speziotto di Banco Bpm, Andrea Merenda di Bper, e interverranno, da Geraldine Conti di Bnl Bnp Paribas, a Matteo Bianchi di Credit Agricole Italia. E a un osservatore speciale come Francesco Micheli, storico manager bancario e presidente di diversi Casl Abi. Per i sindacati, come anche per le banche, l’appuntamento è doppio, c’è il rinnovo del contratto di lavoro Abi, ma c’è anche quello delle Bcc. Per il mondo di Federcasse il messaggio arriva allora al vicepresidente di Federcasse Matteo Spanò, in platea e poi sul palco.
Sui due tavoli Abi e Federcasse si deciderà «come la trasformazione digitale entrerà nelle condizioni di lavoro, nella formazione continua, nella gestione dei carichi, nella tutela rispetto ai sistemi automatici di valutazione, nei limiti alle pressioni commerciali», dice Sileoni. Mentre accanto al contratto nazionale cresce anche il ruolo della contrattazione di secondo livello ed è sempre più lì che le strategie prendono forma concreta, come mostra anche quello che sta accadendo con la trattativa sulla Cabina di regia sul digitale che, anche per questo motivo, procede con molta lentezza e pochi risultati concreti, al punto che è più facile ipotizzare che ne esca una cornice nazionale molto leggera che poi i gruppi potranno adattare a casa propria.
Siamo in una fase di cambiamento rapido e di competizione tra i gruppi molto più accentuata del passato, in cui il sindacato non può stare a guardare alla finestra l’aria che tira. «La trasformazione del settore bancario non è una fase ordinaria. È un tornante epocale. E nei tornanti epocali – dice Sileoni – non basta osservare. Bisogna scegliere». La scelta di cui ha parlato il sindacalista al 130° Consiglio nazionale della Fabi, è se assumersi la responsabilità di governare il cambiamento con un ruolo proattivo oppure no. La trasformazione digitale sta ridisegnando in profondità tutti i settori e quello bancario in particolare e l’appuntamento della Fabi quest’anno è stato dedicato proprio ai cambiamenti delle banche nell’era digitale, con un confronto tra come erano ieri e come sono oggi, con i contributi di quattro amministratori delegati che hanno fatto la storia del settore bancario italiano: Piero Luigi Montani, Corrado Passera, Alessandro Profumo, Fabrizio Viola. E quello di un manager di una generazione più giovane come l’ad di Banca del Mezzogiorno, Cristiano Carrus. Oltre ai contributi di accademici come Riccardo Zecchina sull’intelligenza artificiale, Donato Masciandaro sulla regolazione bancaria, Alberto Brambilla su previdenza e welfare, Claudio Emanuele Felice sullo scenario economico. Del resto chi più di loro poteva dare spunti alla platea dei 1.800 dirigenti sindacali della Fabi in vista del rinnovo del contratto.
Così per sgombrare il campo dai dubbi, Sileoni dice che l’amore per la libertà e la democrazia, porta la Fabi ad essere contraria all’euro digitale. L’intelligenza artificiale e la tecnologia alimentano il dibattito della giornata. Con la loro diffusione «non penso che il lavoro non servirà più, ma ne occorrerà di diverso e servirà la riqualificazione professionale e la formazione – ha spiegato il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli -. Sarà indispensabile il lavoro in termini riqualificati». Sileoni aggiunge però che oggi «le decisioni vengono elaborate da sistemi automatici, il rapporto con la clientela passa sempre più attraverso piattaforme, ogni attività è tracciata, ogni risultato è misurato». Niente di male, anzi. Però non bisogna perdere di vista che «la tecnica non è neutrale e porta con sé una visione», riflette Sileoni. Usarla in un’ottica di breve periodo per comprimere i costi e aumentare i profitti produrrà squilibri e tensioni, usarla per migliorare la qualità del lavoro può invece migliorare l’organizzazione, liberare tempo, accrescere competenze. Di una cosa è certo il sindacalista: «Non può diventare una guerra tra banche giocata sulla pelle delle persone». Degli ingenti investimenti su tecnologia e digitale tutte le aziende vorranno rientrare, e il rischio di non governare il cambiamento è che anche i bancari assistano al passaggio della ricchezza «dal lavoro, sempre più ridimensionato, al capitale». Avere visione per Sileoni significa governare il cambiamento, non subirlo. La strada secondo il sindacalista è tracciata: «Dobbiamo guardare avanti e pensare che la ricchezza delle banche va riequilibrata, che una parte di quei profitti deve tornare all’economia reale e a chi quei profitti li costruisce ogni giorno». I bancari appunto.




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