Negli ultimi giorni – ma potremmo anche dire negli ultimi mesi – a occuparsi di Anthropic sono stati sia i media economico-finanziari sia quelli generalisti. Primo, perché la società americana fondata dai fratelli Dario e Daniela Amodei (dopo la loro uscita da OpenAi) nel 2021 è forse la più nota e più influente nell’arena competitiva (definizione cara a Interbrand) dell’intelligenza artificiale. Secondo, perché mentre OpenAi viene fin troppo facilmente identificata con Chat Gpt, Anthropic ha fatto capire anche al pubblico non specializzato che l’AI, per la società, è già andata ben oltre i chatbot e i modelli LLM. Terzo, ma non meno importante, Anthropic ha annunciato che la quotazione alla Borsa di New York si avvicina, potrebbe arrivare prima della fine di novembre e “valere” 100 miliardi di dollari, superando persino il record stabilito qualche mese fa da SpaceX (notizia di apertura per Financial Times del 27 ottobre), mentre il Washington Post, nello stesso giorno, ha sottolineato fin dal titolo, sempre in prima pagina, che il primo semestre si è chiuso con una perdita di 80 milioni di dollari, legata agli investimenti che sappiamo essere enormi che Anthropic sta facendo per restare competitiva con le altre società americane e soprattutto con quelle cinesi.
Cosa può “insegnarci” Anthropic
Anthropic non figura nella classifica Best Global Brands 2026 di Interbrand, la ventisettesima nella storia della società di consulenza, ma forse entrerà l’anno prossimo, chissà. Anche perché tra i protagonisti dell’AI è la società che più sembra essersi interrogata sui valori che devono guidare lo sviluppo della tecnologia perché questa continui a essere uno strumento al servizio della vita e del lavoro delle persone, non un pericolo o qualcosa che diffonda ansia e insicurezza. La premessa sulla società è legata ad alcune considerazioni che si possono fare sulla top 100 di quest’anno, che riguardano in particolare i fattori – ma sarebbe meglio dire valori – che entrano nella valutazione di un marchio, come spiega Manfredi Ricca, global chief strategy officer di Interbrand, società leader nel settore della brand consultancy: «Fino a pochissimo tempo fa abbiamo pensato, giustamente, che il patrimonio più importante di una società e dei suoi marchi fossero le rispettive “core compentences”, lo sviluppo dell’intelligenza artificiale tende a rendere questo nucleo di competenze e know how accessibile a tutti, a fronte dei congrui investimenti. Sono i valori che non possono essere sostituiti, perché vengono dalla storia del marchio e dal rapporto di fiducia che è stato costruito nel tempo e che non potrà mai essere sostituito dall’intelligenza artificiale: è qualcosa di profondamente umano e, appunto, insostituibile e che non può essere raggiunto con “scorciatoie” tecnologiche, per quanto sofisticate».
I “vincitori” del 2026
Ma veniamo ai dati del 2026, che confermano la forza dei brand che hanno saputo fare la differenza tra core competences e valori. La classifica Best Global Brands 2026 di Interbrand supera i 3,866 trilioni di dollari di valorecomplessivo dei brand, con un incremento dell’8,1% rispetto al 2025, quando la cifra aveva raggiunto i 3,575 trillioni di dollati. (US$ 3,575 trilioni). Tra le novità da sottolineare, c’è l’ingresso di Nvidia – non a caso una società identificata con la produzione di chip per l’AI – nella top 10 e dopo aver aumentato il suo valore di oltre il 71%, diventando il brand con la crescita più rapida dell’anno, in perfetta “scia” a società come Anthropic e OpenAi. Da segnalare anche il fatto che la categoria entertainment abbia superato l’automotive – che registra il calo più marcato – diventando il secondo settore per valore complessivo. I nuovi ingressi sono Zurich (#58), Hitachi (#90), GE Healthcare (#95) e Hewlett Packard Enterprise (#99), che riflettono l’evoluzione delle dinamiche di mercato e «la continua affermazione di nuove fonti di creazione di valore», spiegano da Interbrand in una nota.
Come è posizionata l’Italia
Il nostro Paese è rappresentato da Ferrari (#51), che cresce del 15% ed è tra i top riser dell’anno, e da Gucci (#93) e Prada (#96), che si confermano nella classifica, ma perdono diverse posizioni. «La classifica evidenzia un divario sempre più ampio tra i brand capaci di trasformare la forza del brand in crescita e quelli che continuano a fare affidamento principalmente sulla reputazione. «Al di là del dato complessivo, emerge una dinamica ancora più significativa – spiega Manfredi Ricca -: in diversi settori, alcuni dei brand più forti al mondo hanno perso terreno, mentre altri hanno accelerato, trasformando rilevanza, fiducia e distintività in una concreta leva di crescita commerciale. I risultati confermano quello che Interbrand sostiene, di fatto, da sempre: il brand rimane uno degli asset aziendali di maggior valore».
Il caso Nvidia
Il caso Nvidia dimostra che la tecnologia rimane il principale motore della creazione di valore nella classifica di quest’anno (sul podio ci sono Apple, Microsoft e Google), con l’AI che continua a ridefinire i mercati e a creare nuovi leader. Nvidia (#6) si distingue tra i brand con le migliori performance grazie a un aumento del valore superiore al 71%, Google (#3) sale sul terzo gradino del podio, mentre YouTube (#10), Netflix (#23) e Spotify (#39) hanno registrato incrementi significativi, sostenuti dalla crescente adozione degli ecosistemi digitali da parte di consumatori e aziende. «Il successo di Netflix e Spotify ha in sé grandi potenzialità ulteriori – aggiunge Mandredi Ricca -. I loro modelli possono essere definiti “scalabili”: grazie alla customer base e – di nuovo – al rapporto di conoscenza e fiducia che si è instaurato in un periodo di tempo relativamente breve tra brand e consumatori, potrebbero entrare in settori contigui. Possiamo immaginare Netflix che decide di distribuire musica e Spotify che entra nel business delle serie tv».