Ricavi in tenuta nonostante la forte presenza negli Usa per i vini di Argea, che rilancia con investimenti sul segmento “no-lo” (vini senza alcol o con basso tenore alcolico, oltre che sui premiscelati “ready to drink”) e più in generale in ricerca e sviluppo su prodotti che vengano incontro ai gusti che cambiano.

Ricavi in tenuta ma margini in calo

«Abbiamo chiuso il 2025 con 462 milioni di euro di fatturato, solo tre in meno dello scorso anno, una variazione in termini di “zero virgola”». Ad anticipare al Sole 24 ore i risultati del 2025 è il ceo di Argea, Massimo Romani. «Si tratta di un risultato di stabilità e continuità ottenuto in un anno molto complicato per tutto il mondo del vino e più in generale per l’agrifood, soprattutto per l’altalena che abbiamo vissuto sui dazi e considerando che Argea esporta il 93% delle bottiglie, e un quarto dei ricavi esteri arriva proprio dagli Stati Uniti. Nei primi mesi dell’anno c’è stato un aumento degli acquisti per anticipare le tariffe. Poi, anche per questo motivo, oltre che per i dazi stessi, la seconda metà dell’anno è andata a rilento – continua Romani – e c’è stato anche l’effetto della svalutazione del dollaro. Inoltre, la filiera negli Usa è lunga e i primi aumenti veri ai consumatori sono arrivati tra dicembre e gennaio. D’altro canto però abbiamo registrato meno contaminazione tra i vari mercati di quello che ci si sarebbe potuti aspettare. In generale ne ha risentito la marginalità, dato che abbiamo dovuto tenere in carico la metà degli aumenti». Il 2026? «Vedo una prima parte dell’anno ancora difficile, considerano anche l’ulteriore incertezza tra attesa di nuove regole su dazi e scenari di guerra», dice Romani.

Consumi globali giù ma export italiano al top

Non si può però certo ridurre a una questione congiunturale la crisi del vino, che risente da tempo di un costante calo dei consumi, soprattutto tra i giovani. Romani non sottovaluta certo questo fenomeno ma lo inquadra innanzitutto in un quadro internazionale dove il made in Italy resta protagonista e dove non scomparirà da un giorno all’altro il consumo di alcol, che oltre che diminuire sta soprattutto cambiando. Di certo ci sarà più competizione per aggiudicarsi quote di mercato.

«Innanzitutto bisogna considerare – spiega il ceo – che comunque negli ultimi anni l’export del vino italiano ha raggiunto risultati straordinari. Ci sono denominazioni come Prosecco e Pinot Grigio (centrali nell’offerta di Argea, ndr) che sono stati capaci di rispondere alle nuove tendenze. In generale i produttori italiani sono bravi a cercare di apportare le modifiche necessarie per affrontare al meglio i cambiamenti sui mercati. I giovani ad esempio cercano vini meno strutturati e più adatti a occasioni di consumo informali, e meno a una lunga cena seduti al ristorante. Questo non vuol dire certo abbandonare i rossi, ma fare innovazione in cantina, sulla sostenibilità, sulle etichette, sul modo di comunicare».

Gli investimenti in ricerca e sostenibilità

È in questi ambiti che Argea annuncia di voler investire 35 milioni nel prossimo triennio, oltre ai circa 60 milioni stanziati dalla sua nascita cinque anni fa, molti spesi per rimodernare le cantine. Tra gli investimenti in pista quest’anno anche tre milioni dedicati a realizzare un nuovo impianto di dealcolazione in Italia (possibile solo da qualche mese, prima la dealcolazione veniva fatta all’estero).

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