Crociate ambientali, nuove malattie, norme Ue sempre più stringenti e costi dei mangimi e dell’energia in ripida salita sono i principali fattori della “dieta forzata” della zootecnia italiana. Come per l’agricoltura, le quote di autoapprovvigionamento sono scese sotto la soglia d’allarme negli ultimi anni e anche per questo le politiche pubbliche, vedi da ultimo il Coltiva Italia e in prospettiva la futura Pac, hanno rimesso il tema della sicurezza alimentare in cima alla lista delle priorità.

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Capi di bestiame in diminuzione da 20 anni

La crisi strutturale del settore – escluso il comparto delle carni bianche – è fotografata dall’ultimo rapporto Istat, pubblicato nei giorni scorsi: negli ultimi vent’anni, tra il 2006 e il 2025, è diminuito il numero di capi per tutte le principali specie allevate, con le sole eccezioni di bufalini (+92,6%) e caprini (+3,4%). I cali più marcati hanno riguardato ovini (-28,1%), suini (-15,6%) e bovini (-12,2% da 6,1 milioni a 5,4). La crisi non è dovuta solo alla riduzione dei consumi di carne, ma a una progressiva ristrutturazione del settore, in linea, sottolinea il rapporto, con il calo registrato a livello europeo Di conseguenza l’import di carni extra Ue è aumentato del 25% in quantità e del 38% in valore solo lo scorso anno in Italia e del 4% e 23% in Europa (dati Eurostat).

A fare da contraltare c’è la forte crescita della produzione di latte (+27,2% a 138mila tonnellate grazie soprattutto all’aumento della produttività) e formaggi (+17,7%). Il rapporto sottolinea anche come il crollo della coltivazione di mais (superfici più che dimezzate e -43% di produzione grazie a un aumento delle rese) rappresenti «uno degli eventi più significativi dell’evoluzione agricola italiana recente». In controtendenza altre colture orientate alla zootecnia e alle produzioni proteiche come la soia (cresciuta del 69% in termini di superfici e del 94% in termini produttivi) con la crescente domanda di proteine vegetali per mangimi e le strategie europee di riduzione della dipendenza dalle importazioni, e i foraggi dedicati all’alimentazione animale, anch’essi raddoppiati a conferma «della crescente integrazione tra coltivazioni e allevamenti».

Carenza di mangimi in Europa

Il tracollo della filiera del mais comporta una sempre maggiore dipendenza della zootecnia italiana dai mercati internazionali dei mangimi. Questo mentre l’industria europea attraversa la peggiore crisi degli ultimi anni, con la Fefac, la federazione dell’industria mangimistica, che ha chiesto a Bruxelles misure straordinarie per sostenere la filiera nella campagna 2026-27 in cui l’Ue (a seguito del taglio dei raccolti dovuto alla siccità) avrà bisogno di importazioni extra per oltre 7 milioni di tonnellate, in previsione di un fabbisogno estero di oltre 26 milioni, principalmente da Ucraina, Stati Uniti e Brasile.

La crisi dei foraggi rischia inoltre di dilatare il deficit proteico dell’Ue, aumentando la domanda di soia, quasi tutta importata nonostante l’aumento produttivo citato (35 milioni di tonnellate nel 2025), con l’ulteriore preoccupazione di un aumento dei costi dovuto al regolamento europeo sulla deforestazione (che impone la tracciabilità degli approvvigionamenti) stimato in oltre un miliardo già nel 2027. Ma sono molti i “lacci” imposti dall’Europa che aumentano costi e investimenti, dalle norme sul benessere animale a quelle sui trasporti, fino alla direttiva emissioni (che per raggiungere la neutralità climatica al 2050 prevede un taglio dei gas serra rispetto ai livelli del 1990 del 55% al 2030 e del 90% al 2040) estesa ai grandi allevamenti (con il salvataggio in extremis dei bovini).

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