La Sicilia ha nel mare uno dei suoi principali motori economici, ma non riesce ancora a trasformarne tutto il potenziale in valore aggiunto. È il dato più interessante del report “La Blue Economy o Economia del Mare in Sicilia”, curato dal Centro Studi Economici della Fondazione BAPR e presentato a Ragusa nella sede centrale di Banca Agricola Popolare di Sicilia.
Nel 2025 la Blue Economy siciliana ha raggiunto un valore di 17,4 miliardi, pari al 6% del Pil regionale, contro una media nazionale del 4%. Attorno al mare si muovono 29.500 imprese, il 6,5% del totale regionale, e 102 mila lavoratori diretti: un occupato siciliano su 15. Tra il 2019 e il 2024 sono nate circa 4 mila nuove imprese “blu”.
L’isola detiene il 21% del patrimonio costiero italiano, con 1.152 chilometri di coste dell’isola maggiore e circa 500 chilometri nelle isole minori. Ma il tema non è solo quanto mare ha la Sicilia: è quanto valore riesce a generare. Ogni euro prodotto direttamente dalla Blue Economy attiva un indotto di 1,9 euro nell’economia locale, più della media italiana di 1,8.
Il sistema resta però concentrato. Oltre l’80% del valore arriva da due comparti: turismo e ricettività, che pesano per il 43%, e logistica e trasporti, al 38,7%. Sono i pilastri del mare siciliano, ma indicano anche il limite: per fare il salto servono più tecnologia, digitalizzazione portuale, cantieristica avanzata, energie rinnovabili offshore, acquacoltura innovativa e servizi logistici integrati.
Il nodo principale è la produttività. Secondo il report, ogni addetto siciliano della Blue Economy produce in media 53.700 euro di valore, contro i 62.100 euro della media nazionale. Il divario è di 8.400 euro per lavoratore. Colmarlo significherebbe immettere nel sistema siciliano quasi un miliardo di euro di ricchezza aggiuntiva l’anno. È il “miliardo nascosto” dell’economia del mare: una ricchezza potenziale frenata da micro-imprese, frammentazione e minore intensità tecnologica.










