In uno scenario in cui più della metà delle medie imprese industriali italiane esporta negli Stati Uniti, la risposta prevalente ai dazi non è la riorganizzazione commerciale e neanche il riposizionamento geografico: è l’assorbimento. Tre quarti di chi è esposto al mercato americano, infatti, sceglie di non traslare il rincaro sul cliente, scaricandolo invece sui propri margini. È il dato più netto che emerge dal XXV Rapporto sulle medie imprese industriali italiane, realizzato dall’Area Studi Mediobanca, dal Centro Studi Tagliacarne e da Unioncamere e presentato oggi a Siena.

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Tenere la posizione

I numeri parlano chiaro. Il 44,4% delle Mid-Cap esposte agli Usa mantiene i prezzi a parità di volumi; il 30,9% li mantiene accettando una contrazione delle quantità vendute. Sommati, tre imprese su quattro scelgono di difendere il rapporto con il cliente americano comprimendo la redditività.

Le alternative restano marginali: solo il 14,8% riduce i prezzi per proteggere i volumi, il 13,6% punta sulla diversificazione verso altri mercati, il 4,9% valuta l’apertura di nuovi siti produttivi negli Stati Uniti e il 4,3% ipotizza triangolazioni con paesi terzi.

L’incertezza come moltiplicatore di rischio

I dazi sono la punta visibile di un’instabilità più profonda. Il 73,9% delle medie imprese ritiene che il contesto internazionale abbia già generato un aumento dell’incertezza sull’attività e sulle prospettive di business, con oltre 7 imprese su 10 che stimano ricavi inferiori nei prossimi dodici mesi rispetto a uno scenario di maggiore stabilità.

I principali fattori di rischio indicati sono la volatilità dei costi energetici e delle materie prime (54,5%) e le tensioni geopolitiche (53,8%) — quasi a pari merito con la questione tariffaria. Le prospettive per il 2026 restano positive — fatturato atteso in crescita del 2,5%, export del 2,7% — ma poggiano su un terreno sempre più friabile.

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