Cosa hanno in comune il caffè in capsule, lo yogurt greco, il kiwi giallo, le creme spalmabili di frutta secca e il tonno sott’olio in vetro? L’aver aumentato a doppia cifra i volumi delle vendite realizzate nel 2025 nella Gdo nonostante i prezzi decisamente alti.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Prendiamo il caffè in capsule, a cui gli italiani hanno destinato più del 30% della spesa per il caffè e di cui hanno aumentato dell’11,2% le quantità acquistate. In questo caso per la comodità non si bada a spese visto che le capsule costano il 131% in più rispetto alla media del caffè. Ancora più significativo è il differenziale di prezzo di un altro prodotto top seller come lo yogurt greco: il fatto che lo si paghi il 92% in più rispetto alla media del mercato non rappresenta un freno alle vendite, che continuano ad aumentare (+24% a volume l’anno scorso). L’escalation degli ultimi anni ha portato quello greco a oltre 500 milioni di euro, di vendite, ossia circa 1/4 del totale dello yogurt.

Stesso scenario per il kiwi giallo, che costa in media il 66% in più della media di mercato e che macina vendite (+23,3% a volume nel 2025), e per le creme spalmabili di frutta secca, cresciute in volume del 18% a dispetto di prezzi superiori del 50%. Se a favore delle creme di mandorle o arachidi gioca il fattore novità unito al valore salutistico e a quello edonistico, nel caso dell’aumento del +11,3% delle quantità comprate di tonno sott’olio in vetro, nonostante costi il 61% in più della media di prodotto, la spiegazione va cercata nella garanzia di qualità dettata dalla possibilità di vedere cosa c’è nel vasetto.

«Questi prodotti mostrano che quando l’offerta intercetta bisogni reali e semplifica la scelta a scaffale viene apprezzata al punto che il prezzo diventa secondario» spiega Alessandra Cuomo di NielsenIQ. Un cambiamento non da poco nell’approccio agli acquisti alimentari degli italiani. Nell’arco di un anno è diminuita la quota di chi è stato costretto a passare ai prodotti più low cost (31%), di chi acquista solo prodotti in promozione indipendentemente dal brand (30%) e di chi ha abolito ogni spesa superflua limitandosi solo all’essenziale (30%). Il punto di svolta è avvenuto a fine 2025, quando i livelli di fiducia del consumatore italiano sono tornati a crescere, favorendo la stabilizzazione dell’inflazione: l’attenzione ai prezzi si è allentata, con un ritorno della price sensitivity a valori in linea con la media degli ultimi anni (69% contro la punta dell’83% di fine 2023).

Usciti dalla fase difensiva, gli italiani continuano dunque a tenere d’occhio gli scontrini ma hanno ricominciato anche a comprare in funzione del valore attribuito ai prodotti alimentari, oggi determinante per il 26% degli shopper contro il 20% del 2024. Ma cosa determina il valore di un alimento nella mente dei consumatori? «Dalle nostre ricerche è emerso che è dettato da diverse componenti, tra cui spiccano la freschezza, la qualità (“certificata” anche dalla marca), gli aspetti salutistici, la sostenibilità, l’alto contenuto di servizio e l’origine o provenienza del prodotto», aggiunge Cuomo.

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