È ancora piccolo e sta crescendo bene, ma ha molta strada da fare per esprimere tutte le sue potenzialità. Nel 2025, rileva Nomisma, il biologico ha raggiunto i 6,87 miliardi di vendite mettendo a segno una crescita annua del 4,9% contro il 2,9% del food in generale. Idem a volume: +3,6% contro +0,8% . Merito soprattutto dei consumi domestici, che sviluppano il maggior giro d’affari (oltre 5,5 miliardi) e sono i più dinamici (+6,2%). Gli italiani acquistano bio prevalentemente nella Gdo (64% della spesa). Nel 2025 gli incassi hanno superato i 3,5 miliardi, il 6,1%, in più rispetto al 2024, con punte del +6,8% nei discount e del +5,9% nell’e-commerce (76 milioni).

A spingere il bio è anche la maggior convenienza rispetto al passato: il differenziale di prezzo rispetto al convenzionale è sceso all’8,7% (in passato era al 20% circa) soprattutto grazie alla maggior diffusione delle marche dei retailer, che sviluppano il 51,7% del giro d’affari e contribuiscono per oltre la metà alla crescita nel 2025. Lo scorso anno il 93% delle famiglie ha acquistato bio (erano il 55% nel 2015) ma il 53% lo ha fatto con una certa regolarità contro il 20% di heavy user, su cui si concentrano i due terzi dei consumi.

«L’aumento della frequenza d’acquisto è sicuramente una leva da attivare per far crescere il mercato – sottolinea Silvia Zucconi di Nomisma – così come c’è da lavorare sulla composizione del carrello, ampliando gli assortimenti soprattutto nelle categorie emergenti (come il free from o i proteici) per far sì che il bio resti allineato alle nuove esigenze dei consumatori e coinvolga anche un pubblico diverso».

Che il bio sia concentrato su pochi prodotti, e piuttosto tradizionali, lo si vede leggendo la composizione della spesa, costituita per il 53% da 15 categorie. I best seller sono uova, gallette, sostitutivi del latte, confetture/spalmabili base frutta e olio evo; gallette a parte, sono tutti cresciuti nel 2025. A brillare sono state soprattutto le uova (+42%) ma anche olio, cereali per la colazione, yogurt, frutta secca e semi sono aumentati a doppia cifra. Resta il fatto che l’incidenza del bio sulle categorie è molto disomogenea: va dall’80% delle gallette e dal 40% delle banane, fino a meno dell’1% in mercati importanti come le mozzarelle e la pasta.

Una quota crescente del mercato è coperta dall’import. Quello dai Paesi terzi è quasi raddoppiato in un decennio, arrivando a 270.121 tonnellate annue, provenienti soprattutto da Turchia, Pakistan, Ecuador, Tunisia e Perù, e con crescite annue importanti per frutta (20%) e prodotti trasformati (38%). Confrontare questi dati con la produzione bio italiana è impossibile poiché le rilevazioni ufficiali si limitano alle superfici, poiché sono il parametro su cui si basa il sistema di finanziamenti e di incentivi erogati al bio in Italia e nella Ue.

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