Molteplicità: il tema del momento, nella moda, è questo, riflesso di una più generale frammentazione delle identità. Siamo tutti complessi, mai uno ma tanti: perché un designer o una maison dovrebbero limitarsi a vestire una figura singola, un ideale assoluto, quando se ne possono pensare moltitudini? Insieme a Michael Rider di Celine, Matthieu Blazy è all’origine di questo slittamento. Il lavoro che sta facendo da Chanel ha prodotto un’onda d’urto globale che ha riprogrammato il sistema. Se ne vedono gli effetti ovunque. Il percorso di Blazy è ancora in divenire – è iniziato giusto un anno fa – ma in qualche modo è già diventato una formula, mantenuta viva da piccole rotture al suo interno. Adesso, ad esempio, la molteplicità diventa riflesso delle diverse persone che Gabrielle Chanel è stata nel corso della sua vita, dalla donna ossessionata dalla praticità dell’intimo alla appassionata di tailoring maschile alla paladina del tailleur. L’espediente narrativo certamente funziona, ed è supportato da una straordinaria ricerca tecnica e sartoriale, ma il vero messaggio è che è lecito essere diversi ogni volta rimanendo se stessi. Blazy divide lo show per sezioni, in maniera tutto sommato didascalica, ma si riscatta per la quantità di invenzione che ripone ovunque e poi soprattutto perché, ad un certo punto, prende ad alleggerire, a svuotare, smaterializzare. È lì che davvero vola, mentre rimette al centro la gioia di vestirsi, e di giocare con i vestiti: qualcosa di cui troppi suoi colleghi si sono dimenticati.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Per una perfetta congiunzione del destino, in questa stessa giornata di sfilate si concentrano le visioni al femminile: donne che creano per le donne, con tutta la concretezza del caso – come fu per Gabrielle Chanel, appunto. Concretezza mai opprimente o becera, sia chiaro; piuttosto, ispirata, prismatica, liberatoria. Da Sacai, Chitose Abe porta all’esterno le complessitá del mondo interiore. Lo fa alla lettera: giacche e soprabiti trasparenti rivelano per intero i diversi livelli delle strutture interne; le fodere di pelliccia diventano stampe che si intravedono sotto strati di organza. Lo fa metaforicamente, pure: l’ibrido, segno identitario di Sacai, diventa stravolgimento plastico, torsione che riscrive forme e funzioni, sicché le camicie mutano in gonne, con i colletti che percorrono l’orlo, oppure fanno baschina; la sahariana militare, nel mentre, diventa gonna da sirena, ed è di raso. Nulla di mai visto, certo. A fare la differenza è il tocco di Abe: architettonico, asciutto, mai svenevole. Questa volta, in più, c’è una deviazione decisa verso il bling e il decorativo, che si apprezza perché ammorbidisce l’enunciato, ammantandolo di scintillante complessità.

Gabriela Hearst guarda all’Afghanistan – tanto la meta dell’hippie trail quanto il serbatoio di cultura e artigianato – riflettendo soprattutto sulla condizione femminile nel paese, pionieristicamente aperta in passato, oscurata da una galoppante ignoranza adesso. Il suo non è mero storytelling, e nemmeno furto estetico. Fedele alla lingua del riduzionismo iper lussuoso, Hearst integra lacerti e materie, dai pizzi alle miniature, dentro linee fluide e allungate, dando alla allure minimal una benvenuta vibrazione tattile. Tutto fluttua da Zimmermann, il marchio australiano delle sorelle Nicky e Simone Zimmermann. Fluttua così tanto che la collezione deraglia a destra e a manca, dai pizzi hippie ai panier alle astrazioni fluide. È dove la mano è più leggera che la prova convince, anche se sono di certo i pizzi e il sentire alla Chloè che poi fanno furore in negozio. Eppure, dopo anni di proposte coerenti e consistenti, si sente il bisogno di una evoluzione

Dietro la collezione donna di Kiko Kostadinov si celano le sorelle Laura e Deanna Fanning, che non intelligenza traducono il futurismo distopico di Kiko, il suo gusto per l’uniforme e per il workwear, in una proposta che conserva quello spirito, così come i tagli angolari e geometrici, ma lo ammorbidisce, plasmandolo sul corpo e sui modi femminili. Il risultato è una appropriatezza fuori registro, che questa stagione è ispirata al lavoro sulla luce di Nanda Vigo e che, carica di erotismo compresso, appare particolarmente riuscita.

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