Alcune citazioni possono aiutare a ridare al tatuaggio il significato e il valore che l’eccessiva diffusione degli ultimi anni gli ha, almeno in parte, tolto. La moda, sarebbe meglio dire le mode e le tendenze, possono essere una benedizione, ma anche una maledizione. Partiamo allora da Nicolai Lilin, che in Educazione siberiana scrive: «Un corpo senza tatuaggi è un corpo che non racconta nulla». Parole che non sorprendono, nel contesto del libro, perché nella cultura russa i tatuaggi hanno notoriamente un posto importante. Spostandoci dall’altra parte del mondo, c’è un proverbio degli Iban, una delle tribù indigene del popolo Dayak del Borneo, che dice: «Un uomo senza tatuaggi è invisibile agli dei». Non tanto sorprendente, a sua volta: siamo abituati alle immagini di tatuaggi tribali di altri continenti, più simili a vestiti per il corpo che a segni sulla pelle. Spiazzanti sono invece, tornando alle nostre latitudini, le parole della scrittrice Margaret Mazzantini: «I tatuaggi sono segni nuovi scelti da te. Metti qualcosa tra la tua pelle e il destino. Un sorso di coraggio».
Lunga premessa per dire che il tatuaggio è – al di là delle tendenze – un universo e un linguaggio da conoscere e rispettare e che può essere parte integrante di un progetto per un nuovo brand di moda. È il caso di Oxblood, nato dall’incontro tra Giulia Luchi e Brian Woo, in arte DrWoo, tatuatore di Los Angeles: in via Bigli, a pochi passi da via Montenapoleone, nel cuore del quadrilatero del lusso di Milano, ha appena aperto il primo negozio del marchio e basta un’occhiata alle vetrine per capire quanto sia diverso rispetto a tutti quelli che lo circondano. «Abbiamo un ingresso su strada, ma riceviamo solo su appuntamento. Chi suona senza prenotazione non verrà ignorato, sia chiaro – racconta allegra Giulia Luchi –. Gli apriremo però solo se qualcuno di noi, all’interno, non è in quel momento impegnato con altri clienti e ha del tempo da dedicargli: l’anima di Oxblood è il racconto di ciò che si può vedere da vicino entrando nel negozio, osservando i gioielli, ispirati ai tatuaggi e all’immaginario di Brian, e toccando i capi di abbigliamento, le borse, gli oggetti per la casa. Oxblood vuole suscitare e incrociare emozioni, abbinando le parole a ciò che si vede».
Per via Bigli potremmo parlare di un negozio fatto di negozi, di cerchi concentrici di creatività: nella prima stanza ci sono soprattutto abbigliamento e accessori, nella seconda i gioielli, molti dei quali personalizzabili e dove ricorrono i simboli cari a Doctor Woo, in primis teschi e ragni, che poi si ritrovano su magliette, felpe e persino borse.
Sorprendente, visti i luoghi comuni in cui siamo purtroppo immersi, che una giovane donna come Giulia Luchi si “innamori” dei ragni e dei teschi, visto che ha avuto passate esperienze in marchi come Ermanno Scervino e Alberta Ferretti, che hanno poca familiarità con simboli gotici o tribali e aracnidi.
La fondatrice di Oxblood ride, di nuovo, spiega che «i ragni sono animaletti piccoli che fanno, da soli, costruzioni estremamente complesse e affascinanti» e ricorda un’altra esperienza nella moda, quella con Virgil Abloh in off White. «Con lui era tutto sorprendente, mi ha insegnato il piacere del dettaglio, della qualità delle lavorazioni e dei materiali e allo stesso tempo mi ha fatto capire quanto sia necessario ascoltare la propria voce creativa, senza pregiudizi, nemmeno verso se stessi – spiega Giulia Luchi –. L’immaginario di Brian, così magicamente tradotto nei suoi tatuaggi, ho sognato di tradurlo in gioielli, forse ancora più importanti della parte di abbigliamento. Perché, proprio come i tatuaggi, sono permanenti. Altrettanto importante era pensare fin da subito alla personalizzazione: come i segni sulla nostra pelle, anelli, orecchini, collane, bracciali, raccontano qualcosa di noi agli altri e raccontano o ricordano a noi stessi altre cose. Oxblood è il mio sogno diventato realtà e vorrei che succedesse lo stesso con i piccoli grandi sogni di tante altre persone».

