Si vende meno whisky, con l’Italia che si allinea a una tendenza globale al rallentamento, ma le sale delle degustazioni sono piene. Alla vigilia del Milano Whisky Festival – che dal 7 al 9 novembre raccoglie appassionati e professionisti all’Hotel Marriott di Milano – il patron Andrea Giannone racconta infatti un paradosso che fa ben sperare. «Tutti i Festival che organizziamo, tutte le degustazioni che proponiamo durante l’anno e gli eventi speciali sono sempre pieni», dice con un approccio positivo ad una fase opaca per il distillato.
I numeri, infatti, vanno nella direzione opposta. Nel 2025 l’export di Scotch è sceso dell’1,8% in valore, a 5,3 miliardi di sterline (circa 6,35 miliardi di euro), e del 4,3% in volume (Scotch Whisky Association) e in dieci anni le scorte scozzesi sono passate da meno di 400 milioni di litri a 1,4 miliardi, secondo Commercial Spirits Intelligence. Ugualmente l’American Craft Spirits Association riferisce una contrazione di mercato.
In Italia il rallentamento si sente e il segnale più netto è arrivato da Diageo, che a luglio ha avviato un drastico ridimensionamento della struttura milanese.
Dopo la sbornia del Covid…
Per capire la frenata, secondo Giannone, bisogna tornare agli anni post-Covid. «A fine 2022 il nostro e-commerce WhiskyShop aveva più che decuplicato i volumi rispetto al 2019 – ricorda – e in effetti dopo la pandemia è venuto un periodo di vacche grasse. Le distillerie hanno fatto uscire mille release speciali, sono nati centinaia di imbottigliatori indipendenti sull’onda del fatto che si vendeva qualsiasi cosa, il prezzo non importava». Il conto però arriva oggi, perché «c’è stata una saturazione del mercato, con troppi player e troppi di imbottigliamenti, un eccesso di edizioni limitate», spiega Jacopo Grosser di Fine Spirits, e il pubblico degli appassionati si è un po’ stufato: non manca la curiosità, ma c’è stanchezza verso le continue novità.
Alla bolla si è sommata la crisi economica, rimarca Davide Terziotti di Whisky Club Italia, secondo cui il calo «dipende dalla perdita di potere d’acquisto, che ha tagliato il superfluo, e da un eccesso di euforia, con aumenti di prezzo e una premiumizzazione di prodotti che non erano premium».